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La fede come incontro. La lettura insolita di Nietzsche. Il legame con Benedetto XVI. Esce in italiano Der Mensch ("L'uomo"), uno dei capisaldi del filosofo cristiano. Massimo Borghesi, il curatore, ne parla con Tracce.it.
Tommaso Ricci

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Il quarantesimo anniversario della rivolta studentesca del ’68 ha fagocitato un po’ tutte le commemorazioni ma in quel fatidico anno moriva uno dei pensatori cattolici più rilevanti del Novecento, l’italotedesco Romano Guardini. La casa editrice Morcelliana, nel quadro dell’Opera omnia dell’autore, pubblica ora, in prima mondiale, un importante testo degli anni 30 - gli anni del nazismo in Germania - dal titolo L’uomo. Fondamenti di un’antropologia cristiana (Der Mensch. Grundzüge einer christlichen Anthropologie). Ne parliamo con il curatore, Massimo Borghesi.

Professor Borghesi, l’impresa tentata in Der Mensch da Romano Guardini ha del ciclopico e cioè rimettere a fuoco, accettando pienamente il contesto della cosiddetta modernità, la questione della verità e della pienezza umana in una prospettiva cristiana. Perché il filosofo italo-tedesco ha sentito l’esigenza di imbarcarsi in questo tentativo?
Der Mensch, “L’uomo”, è un’opera incompiuta che sorge dall’insieme dei corsi che Guardini tiene all’Università di Berlino tra il 1934 e il 1939, anno in cui la sua cattedra viene soppressa dal regime nazionalsocialista. Il confronto sul terreno antropologico è un confronto sotterraneo, religioso e politico ad un tempo, con la visione del mondo nazista. Non è un caso che tra gli autori più citati ricorra il nome di Nietzsche, punto di riferimento dell’ideologia nazista. Il Guardini degli anni 30 è proteso, al pari di Maritain, a «distinguere per unire». Si trattava, nel contesto di allora, di chiarire la differenza tra cristianesimo ed umanesimo, fede e religiosità mondana, per mostrare poi come il cristianesimo fosse in grado di plasmare un’antropologia nuova, irriducibile ad ogni posizione naturale. In tal modo venivano a cadere gli equivoci del cosiddetto “cristianesimo tedesco”, ariano. Il cristiano è l’esito di un nuovo inizio; la sua umanità non è riconducibile alla mistica naturalistica del tempo ruotante attorno ai concetti di popolo, razza, nazione, sangue, suolo.

Guardini si confrontava con una cultura e una gioventù impregnate di neopaganesimo. C’è una differenza tra paganesimo precristiano e postcristiano?
Il paganesimo postcristiano è un tentativo di tornare alla sacralizzazione della natura e dei suoi elementi. In Der Mensch Guardini parla della «possibilità di un secondo paganesimo dopo Cristo». Sta pensando alla visione del mondo nazionalsocialista. Dopo il 1945 Guardini scriverà che il neopaganesimo, dopo il cristianesimo, è qualcosa di intimamente diverso dal paganesimo antico: l’uomo non può più credere negli dèi. Negli anni 30, però, gli dèi erano entità collettive, concentrati della forza. Il paganesimo è la sacralizzazione del potere.

Sorprende la “valorizzazione” guardiniana delle obiezioni nietzschiane al cristianesimo secondo cui la fede cristiana porterebbe ad un minus di vita e non ad un plus. Nietzsche è davvero un autore da rivalutare in questa chiave?
Guardini ha un rapporto ambivalente con Nietzsche. La ricezione dell’autore dell’Anticristo, nella cultura tedesca degli anni 10-20, vedeva in Nietzsche l’anticristiano con la nostalgia del cristianesimo. Si trattava, sicuramente, di una lettura riduttiva che non teneva conto del Nietzsche più “esoterico”, quello che verrà alla luce con la pubblicazione degli appunti inediti, durante gli anni 30. Guardini, al pari di Jaspers e di molti altri, intende la natura postulatoria, volontaristica, dell’ateismo nietzschiano interpretandola come la reazione a un cristianesimo inerte, incapace di valorizzare l’umano. Un cristianesimo sacrificale rispetto a cui l’esaltazione superomistica di Nietzsche costituirebbe la risposta compensatoria. Anche Mounier intende l’ateismo di Nietzsche come la reazione ad un cristianesimo moderno incapace di sollevare energie e desiderio di cambiamento. Le cause dell’ateismo nietzschiano si trovano, però, più in profondità. Nietzsche è il culmine e insieme la crisi del pensiero tedesco dell’800.

Lei nella sua introduzione segue la difficile navigazione di Guardini tra le scogliere del modello “medievale” e quelle del disincanto moderno.
Il “tramonto dell’Occidente”, diagnosticato da Oswald Spengler all’indomani della prima guerra mondiale, segna per la generazione di Guardini il tramonto degli ultimi residui dell’Europa cristiana. Per molti cattolici questo declino apriva la possibilità di un “ritorno al Medioevo”. Si trattava di una prospettiva illusoria che Guardini, al pari di Maritain, non condivideva. Il Medioevo cristiano ha realizzato opere grandiose, ma non può costituire un “modello” per il presente. Gli è mancato un’adeguata valorizzazione della libertà e dei diritti della soggettività personale, libertà e diritti che la modernità utilizzerà proprio contro la Chiesa. L’eredità medievale ha pesato anche sul cristianesimo moderno, condizionandolo.

Guardini fa balenare quasi una equiparazione della cristianità contemporanea alle comunità cristiane primitive, fino ad Agostino. Perché?
Perché intuiva la corrispondenza tra il tempo degli inizi della fede, che aveva di fronte i “pagani”, e il suo tempo. Come scrive in un saggio del ’26: «L’atteggiamento medievale si è dissolto, e dopo che la riforma e l’autonomizzazione della cultura hanno sciolto le connessioni storico-psicologiche tra cristianesimo e cultura, entriamo di nuovo nel cerchio di fuoco del problema del cristianesimo primitivo».

Nell’antropologia guardiniana hanno un ruolo fondamentale le categorie di incontro, avvenimento, rischio…
Per Guardini il cristianesimo non è, innanzitutto, una dottrina, ma un avvenimento legato alla presenza, ogni volta unica ed irripetibile, di Gesù Cristo nella storia. Non si diviene cristiani attraverso un cammino, mistico, di discesa nell’interiorità, di astrazione dallo spazio e dal tempo. Si diviene cristiani nell’incontro con fatti, eventi, persone, che rendono presente il mistero di Dio. «L’incontro - scrive in Der Mensch - non è una necessità derivabile da altro, ma un factum. Questo factum però crea immediatamente un senso di legame, in cui io permango e che coincide con il senso del destino. L’incontro poteva non accadere, ma - dopo che è accaduto - è irrevocabile». L’incontro segna il destino di un uomo, buono o cattivo che sia. Per questo è importante che l’incontro sia quello giusto. Il cristianesimo è un evento che si palesa attraverso incontri significativi. Quando accade di-mostra la sua bellezza nell’istante in cui accade.

Quanto di Guardini c’è in Benedetto XVI?
Molto. Guardini è stato una delle figure che hanno contato nella formazione di Joseph Ratzinger. La vicinanza riguardava tanto l’approccio esistenziale della fede, distante dal formalismo della scolastica neotomista di allora, quanto il riferimento fondamentale ad Agostino. Tanto per Ratzinger quanto per Guardini, Agostino è l’autore cristiano che permette l’incontro tra la patristica del cristianesimo delle origini e la modernità. Agostino non è “antico”, o difficilmente riattualizzabile come gli autori medievali. È un autore incredibilmente “moderno”, capace cioè di intercettare, a partire dalla sua esperienza esistenziale illuminata dalla grazia, la sensibilità contemporanea.

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